Disturbi psichici a scuola

Non sembra essere del tutto casuale il fatto che la percentuale di giovani che abbandonano la scuola al termine del periodo dell’obbligo (37%) sia quasi pari alla percentuale dei bambini delle elementari che, proprio all’interno delle mura scolastiche, denunciano una chiara condizione di disagio, che si configura con sintomi quali cefalea, ansia, dolori all’addome e panico vero e proprio (36%). Nel corso del congresso “Vivere bene la scuola” soni stati presentati i risultati di un ampio studio che ha avuto la durata di un anno. Ebbene, bullismo e propensione ad assumere atteggiamenti asociali sono conseguenze, spesso, di quel 15% dei casi in cui si osservano difficoltà nel socializzare, appunto. Le difficoltà nell’apprendimento, dal non comprendere la logica delle operazioni matematiche alla dislessia, coinvolgono il 10% dei giovanissimi studenti, ma solo nel 2% dei casi si può scientificamente parlare di “ritardo mentale” o carenza nell’organizzare il pensiero. Il 6% dei ragazzi accusa vere e proprio fobie relative all’ambiente scolastico, ansia che nasce dal timore di non riuscire ad inserirsi appropriatamente, somatizzazioni, quindi veri disturbi fisici. Noia, disattenzione e scarso interesse caratterizzano il 5% degli studenti esaminati.

È vero che nel 70% dei casi i disturbi hanno origine nella famiglia, ma nel 30% c’è una disattenzione da parte del mondo scolastico. La potenzialmente produttiva collaborazione tra scuola e famiglia lascia spesso spazio ad un vero antagonismo tra le due parti. Inoltre, che l’insuccesso scolastico di un bambino dia il via ad un palleggiarsi le responsabilità è più che frequente, e così genitori assenti, ma allo stesso tempo ambiziosi, e che dunque proiettano sul figlio aspettative molto alte, sognata rivincita rispetto alla propria vita non sempre entusiasmante, accusano apertamente gli insegnanti d’incompetenza, fomentando una sfiducia nella scuola, che bene al bambino non fa. Allo stesso modo, insegnanti a volte demotivati e annoiati, sempre male pagati, (almeno, secondo me considerando l’alto livello di responsabilità che io attribuisco loro) adottano metodi educativi a dir poco obsoleti, metodi che mantengono nel voto o giudizio negativo un’arma, sempre affilata e pronta. Il giovane che sta male diventa spesso una persona che assume farmaci: il 14% dei ragazzi assume, a volte non in modo costante, antidepressivi e ansiolitici. Nella scuola dell’obbligo 14 giovani su 100 assumono psicofarmaci.

È vero che in generale, l’accoppiata “italiani-medicine” è difficilmente scindibile: un’indagine ISTAT ha stabilito che circa il 33% delle persone intervistate aveva assunto farmaci nelle 48 ore precedenti l’intervista. Ricorrono alle medicine le donne più degli uomini, (37% contro 29%) e più gli abitanti di Trentino, Veneto e Friuli (36%) rispetto al resto dell’Italia. Ma torniamo ai bambini. La stessa indagine ISTAT indica che sempre nelle 48 ore prima della valutazione, più del 24% dei bambini d’età inferiore ai 6 anni aveva assunto medicinali. (All’opposto il 77% degli anziani). Circa il 10% si automedica, decide indipendentemente dal medico: questo però significa che il 90% degli italiani segue invece le indicazioni del medico. Vorrei concludere questo articolo, che ha voluto parlare soprattutto dei giovani, tornando, appunto, ai giovani e alla scuola, con quest’affermazione.  La scuola è efficace quando riesce ad incoraggiare i ragazzi e a favorire un insegnamento non meccanico, motivato e  motivante, che promuove l’affermarsi di uno spirito critico. Si deve partire da ciò che il ragazzo sa, per non scoraggiarlo nel lungo cammino scolastico: una scuola che porti il 37% degli studenti ad abbandonarla dopo il periodo obbligatorio dovrebbe probabilmente riflettere sulla propria capacità di farsi amare.