Aids, viaggi e turismo

Nella breve storia dell’AIDS, viaggiatori, i turisti e gli emigrati hanno riservato un ruolo ampiamente riconosciuto nelle dinamiche di trasmissione del virus. Molti studi hanno mostrato come i primi casi rilevati in Europa si siano verificati tra viaggiatori, persone espatriate ed emigrati ritornati. Si dice, ad esempio, che i primi casi di AIDS in Jugoslavia e in Turchia furono diagnosticati a persone che erano emigrate per lavorare in paesi dell’Europa occidentale. Lo stesso sembra sia accaduto in Giamaica. Una situazione analoga è  stata evidenziata nei paesi dell’Estremo Oriente, dove, però, gioca un ruolo centrale anche il cosiddetto turismo sessuale. Uno studio realizzato in Thailandia, una delle mete preferite insieme al Kenya, su un gruppo di turisti del sesso di lingua tedesca, mostrò che solo il 30% degli intervistati aveva usato regolarmente il profilattico durante gli incontri avuti nel corso della permanenza nel paese. Inoltre, una ricerca evidenziò che la percentuale di sieropositività tra le prostitute caraibiche che avevano svolto la loro attività sessuale in Europa, negli Stati Uniti e nel Vicino Oriente, era del 49% contro 2% riscontrato tra le prostitute che non avevano mai lasciato il loro paese. Molti lavori , infine, si sono concentrati sul ruolo, definito rilevante, dei camionisti nel sostenere la diffusione del virus in paesi quali la Nigeria, il Kenya, l’India e il Brasile. In questi ultimi anni, si è più volte intravisto il rischio di stigmatizzazione degli immigrati come portatori di malattie. Spesso la tendenza al razzismo, alla discriminazione si sposa con quell’atteggiamento che altre volte si è evidenziato nella storia della medicina, di considerare queste minoranze colpevoli solo perché “diverse”. Non sarà inutile ricordare che la sifilide veniva chiamato il mal francese dagli inglesi, il male italiano dai francesi e il mal spagnolo dagli italiani. Nel caso dell’AIDS,  alla luce degli attuali flussi di immigrazione e della prevalenza dell’infezione nei diversi Stati, è sicuramente più facile che gli immigrati importino il virus nel proprio paese al loro ritorno, piuttosto che lo introducano nel paesi dell’Europa occidentale dove si recano per lavorare.

(DA: MANTENERSI SANI IN TEMPI DI AIDS, di LAURA SPIZZICHINO)