Aspetti psicologici dell'infarto

L’impatto psicologico di un evento grave ed improvviso come l’infarto del miocardio è enorme. Il vostro cardiologo vi ha detto che avete da poco subito un infarto; si tratta certamente di un evento importante, che ha sconvolto la vostra vita: una vera tempesta, spesso inattesa; tuttavia, dopo ogni tempesta ritorna il sereno; infatti, essere colpiti da un infarto non significa necessariamente dover cambiare la propria vita in modo radicale, permanente ed invalidante: quasi tutte le persone colpite da questa malattia, dopo un’accurata valutazione medica ed a seguito di cure adeguate ritornano ad una vita normale. Il compito delle cure, globalmente intense, è proprio quello di consentire al paziente il ritorno ad una vita “normale” ed il più possibile assimilabile a quella condotta prima dell’evento.

E’ fuor di dubbio che l’infarto, che colpisce molto spesso soggetti in piena attività produttiva, abbia importanti e gravi ripercussioni fisiche e psicologiche; queste ultime, oltre che il paziente, coinvolgono fortemente anche l’ambiente familiare e di lavoro. Le reazioni psicologiche ad un evento avverso di tale portata sono variabili, in relazione all'atteggiamento psicologico tipico di ogni paziente; tuttavia, generalmente, si possono individuare degli atteggiamenti caratteristici che corrispondono alle diverse fasi della malattia: dopo una fase di annichilimento, che corrisponde ai primi giorni di degenza, e che è motivato dalla grave preoccupazione per la vita stessa, nonché dall’ostilità generale dell’ambiente in cui gli specialisti operano, si passa generalmente ad una fase di più o meno spiccata euforia nei primi giorni della convalescenza, ed, infine, di più o meno larvata depressione, incertezza e frustrazione quando il paziente perde il contatto immediato e diretto con i medici e rientra, solo, con i suoi problemi ed interrogativi, nell’ambito della famiglia e del lavoro. In alternativa, da parte di alcuni pazienti si assiste in questa fase ad una sorta di “reazione di rigetto” psicologico, per cui si tende a negare a se stessi ed agli altri l’evento subito e ad assumere atteggiamenti di negazione e rifiuto verso la malattia e le cure, che possono anche divenire pericolosi dal punto di vista sia strettamente medico sia dell’organizzazione familiare e sociale (separazioni, divorzi, inizio non sufficientemente meditato di nuove attività, conclusione affrettata ed immotivata di quelle precedenti). Tutto ciò è facilmente comprensibile, se si pensa che il paziente soggiace ad un evento che crea gravi incertezze e preoccupazioni per l’immediato e per il futuro e che lo costringe spesso ad un cambiamento radicale dello stile di vita e dei suoi progetti, per quanto riguarda la carriera, gli impegni di lavoro, i viaggi, le attività ricreative, etc.

Molto spesso, anche le abitudini comuni del vivere quotidiano saranno radicalmente mutate: infatti, oltre a sottoporsi ai controlli specialistici ed alle cure consigliate, il paziente dovrà contemporaneamente smettere di fumare, se fumatore; seguire un regime dietetico, ed intraprendere una graduale attività fisica, avendo fatto magari vita del tutto sedentaria fino al momento dell’attacco coronarico. E’ quindi intuitivo che questa delicata fase della malattia, che inizia già prima della dimissione del paziente e continua per mesi dopo, richiede una guida sicura, puntuale e razionale: questo è un compito preciso del medico e fa parte integrante delle nozioni, delle tecniche e dell’esperienza che concorrono a costituire il ponderoso corpo di dottrina che è la moderna riabilitazione. Purtroppo, la riabilitazione cardiovascolare è una scienza relativamente nuova, per cui non solo i centri dove essa è istituzionalmente attuata sono scarsi, ma manca in genere una mentalità riabilitativa nei pazienti e negli stessi medici che si prendono cura di loro dopo la fase acuta. Ne consegue che spesso la condotta, priva di basi scientifiche, tecniche e razionali, è affidata al caso o a credenze obsolete quanto radicate, che non hanno alcuna base scientifica moderna e finiscono con l'ostacolare l'iter globale della riabilitazione. Esiste una serie di quesiti che ci vengono rivolti dai pazienti, spesso affiorati in forma disorganizzata e frammentaria nel corso delle visite quotidiane e talora, da parte dei più …diligenti, presentati in forma di vere e proprie interrogazioni scritte, con una scaletta di priorità che riflette il vissuto personale e sociale di ciascun paziente, il suo bagaglio culturale, i suoi interessi preminenti, ed anche il livello del suo stato di ansia rispetto al futuro. Pur nella loro eterogeneità e diversificazione, gli interrogativi dei pazienti presentano, comunque, un canovaccio comune: è ad esso che farò riferimento, in forma per quanto possibile organica e completa. Prima di entrare nel dettaglio della problematica, mi sembra utile far precedere alcune considerazioni e consigli generali, atti a sgombrare il campo da alcune credenze ed atteggiamenti radicati e diffusi, che in genere ostacolano una corretta riabilitazione. Innanzi tutto, bisogna evitare di rifarsi ad esperienze altrui, quali l’infarto subito da parenti od amici, per trarne aneddoticamente, regole di condotta: infatti, si può dire che non esiste un infarto identico ad un altro, e quindi le strategie di intervento nel post-infarto, comprese quelle riabilitative, vanno individualizzate a seguito di un’attenta e rigorosa valutazione specialistica. Sono quindi da rigettare, come pericolosi, i consigli generici che premurosamente ed in buona fede vi vengono forniti da amici desiderosi di rendersi utili e che si presumono esperti; la riabilitazione, nei suoi vari aspetti, appartiene totalmente al medico specialista. Un secondo aspetto generale di grande rilievo riguarda l'atteggiamento della famiglia, e del coniuge in particolare. Vi è spesso, oltre ad un atteggiamento iperprotettivo, la tendenza a colpevolizzare il paziente colpito da infarto, evento che viene considerato come la logica conseguenza di uno stile di vita sregolato per quanto riguarda i ritmi di lavoro o le abitudini voluttuarie, quali il fumo, le dieta, etc.

Anche se i rilievi mossi al paziente dalla famiglia spesso rispondono al vero, dal punto di vista psicologico, e sulla base della esperienza, sembra del tutto erroneo e controproducente, nella fase riabilitativa post-infartuale, un atteggiamento eccessivamente accusatorio, fino al limite dell’ostilità e della persecuzione; infatti, inevitabilmente, tale tipo di atteggiamento, lungi dall’aiutare il paziente nella fase assai delicata in cui si trova, finisce col dar luogo a reazioni negative, di depressione, di frustrazione, di rifiuto e di ribellione. Non raramente, capita che il “malcapitato”, trasformato in reprobo, venga letteralmente trascinato nell’ambulatorio specialistico, zittito e ripetutamente, più o meno velatamente, accusato di essere la rovina di se stesso e la causa dei suoi mali; segue quindi, da parte del coniuge (in genere, la moglie) una serie di inique sanzioni, che costituiscono i termini della resa e sono un condensato del “buon senso” o del “senso comune”, e che, ovviamente, hanno poco a che fare con la scienza; ad esempio, una delle regole imposte è la quasi assoluta immobilità, al limite dell’invalidità fisica: l’esatto contrario di ogni moderna strategia riabilitativa. Al medico, si chiede solo, ma tenacemente e severamente, di dare autorevolezza e contenuto scientifico alle proprie istanze, facendosi portavoce delle stesse. Non raramente, suggerimenti di interventi inutili, errati o vessatori, vengono a loro volta “suggeriti” al medico per telefono, prima della visita, nella ricerca di una vessatoria complicità; e non raramente, infine, si arriva al fallimento totale di ogni intervento riabilitativo, poiché il medico viene accusato di mollezza, scarsa autorevolezza e severità, ed il paziente, con tutti i suoi problemi enormemente accresciuti da questo clima accusatorio ed ostile, viene di forza traslocato presso un altro medico disposto ad assumere il ruolo del pappagallo, che invariabilmente si finisce col trovare.

Certamente ho preso in esame delle situazioni limite, ma non eccezionali; non tenterò in questa sede un’analisi psicologica di tale tipo di comportamenti, che peraltro esula abbondantemente dalle mie competenze; tuttavia, pur dando per scontati il buon fine e lo stato d’ansia che coinvolge tutta la famiglia e che si estrinseca in forme diverse, mi sembra di non essere lontano dal vero nel ritenere che talora i comportamenti del coniuge sono dettati da una  più o meno consapevole reazione di rivalsa verso “l’uomo di casa” autoritario, decisionista, ed incurante, al limite dell’irresponsabilità, della propria incolumità e quindi del benessere dell’intera famiglia, e dei consigli e degli avvertimenti ripetutamente e pressantemente ricevuti prima dell’evento; si ravvisa, quindi, la necessità di prendere il timone per gestire una situazione che può avere sviluppi catastrofici, con la perdita di ogni bene acquisito e consolidato nel tempo. A conclusione di queste lunghe considerazioni sugli aspetti psicologici della fase immediatamente post-infartuale, il messaggio che io invio al mio paziente ed alla sua famiglia mi pare ovvio: non lasciarsi prendere dalla disperazione, poiché nulla è perduto a priori e tutto può essere recuperato; affidarsi al cardiologo e seguire i suoi consigli, ponendo a lui, e solo a lui, ogni quesito pertinente. Compito preciso della famiglia tutta, e del coniuge in particolare, è quello di creare un clima il più possibile sereno e disteso, che aiuti fattivamente il paziente nel suo reinserimento in una attiva e soddisfacente vita sociale e consenta il più rapido e completo recupero fisico e psicologico. Molti pazienti mi hanno riferito, con soddisfazione, che il cambiamento dello stile di vita reso necessario da un evento come l’infarto ha fatto loro scoprire una “vita nuova” e nel complesso più soddisfacente di quella precedente. Un altro consiglio che a questo punto vorrei dare al mio paziente è di non aver fretta: nessuno è insostituibile e nessun bene è più prezioso della propria vita e della propria salute; mi è capitato non infrequentemente di dover prendermi cura di personaggi molto impegnati e indaffarati, che all’atto del ricovero, in fase acuta, asseriscono che per loro, a causa dei loro impegni, è impossibile la permanenza in ospedale, anche per un periodo assai breve (i tempi attuali di degenza per un infarto sono di poco superiori a quelli necessari per un’appendicectomia); ebbene, capita talora, con il passare dei giorni, di dover insistere con questi pazienti perché lascino il reparto.

(Dal volume “IL CUORE”, di TOMMASO ALTIERI, edizioni NEWTON).

LUGLIO 2001