Lo stato della medicina

Noi viviamo in un periodo storico che è assolutamente particolare e che ci ha visto i, e ci vede, testimoni di continue scoperte e conquiste della Medicina, al punto tale che, abituatici ormai ad una forma di ragionamento del tipo “con i progressi che sono stati fatti tutto è curabile, o, quanto meno, ogni malattia è riducibile” ci sentiamo traditi, delusi, probabilmente male curati se ci viene detto che non c’è niente da fare nei confronti di un morbo che ci abbia colpito. Eppure, sino al 1900, noi medici eravamo privi d’armi e rimedi nei confronti della stragrande maggioranza delle malattie. Clisteri, purghe e salassi sono stati per secoli e secoli, le poche “risorse” alle quali chi avrebbe dovuto curare faceva riferimento. Si pensi che nel 1833 in Francia furono importati 41,5 milioni di sanguisughe da attaccare ai poveri pazienti. Come ricordano i colleghi Rosario Brancato e Maurizio Pandofi nel bellissimo libro “Miserie e grandezze della Medicina”, Giulio Beccarla, cugino di Alessandro Manzoni, scrive: “Oggi, prima di partire da Milano, vidi Giulia ed Alessandro, che mi dissero che, dopo il 9° salasso la malattia è stata vinta, e che ora l’ammalata è in piena convalescenza”.

Commentano gli autori del libro citato: “nonostante i salassi e le sanguisughe, avrebbero dovuto dire”. In questo mio articolo farò spesso riferimento all’interessante libro, edito da Mondadori, di Brancato e Pandolfi. Nel 1881 J.Garfield, presidente degli Stati Uniti, fu ferito nel corso di un attentato: è logico pensare che dovette beneficiare delle cure migliori che allora si potessero offrire. I medici non riuscirono ad estrarre la pallottola, operarono senza lavarsi le mani né sterilizzare i ferri e credettero di dare forza al paziente attraverso clisteri di brandy, zucchero e uova. Non aveva forse tutti i torti l’attentatore nel dichiarare, quando il presidente mori un mese dopo, “sono i medici che l’hanno fatto fuori, io gli ho solo sparato”. Si può affermare che, nel bilancio tra successi ed insuccessi, è solo da un centinaio d’anni che la Medicina è in attivo. Oggi, essere ammalati di polmonite non preoccupa: prima della penicillina un malato su cinque moriva. Roosevelt a Yalta tra Stalin e Churcill appare debole e assente: l’uomo più potente del mondo era vittima dell’ipertensione.

Oggi i farmaci antipertensivi non si contano. Ancora oggi, la testa di un paziente vista ai raggi x è una scatola vuota, e l’immagine non procura molti dati, mentre con l’elaborazione elettronica applicata alla radiologia ogni organo può essere esaminato in tutte le sezioni. È da poco che si può realmente vedere come il corpo è fatto dentro. Da non molto beneficiamo della Medicina Preventiva e della Statistica: che una gran quantità di fumatori morisse di cancro al polmone è un dato conosciuto da tutti e da parecchi decenni, eppure è solo dal 1950 che la relazione tra fumo e tumore è stata indicata “nero su bianco”. Si è scoperto anche il razzismo, per così dire, delle malattie, e questa serie di ulteriori dati è particolarmente utile in una società multietnica come quella che si sta formando: gli africani tendono a sviluppare il cancro alla prostata e il glaucoma, il melanoma colpisce quasi solo i bianchi mentre il cancro allo stomaco mostra preferenze per gli orientali (si tratta di qualche esempio). Negli anni Trenta si era enormemente grati alla Medicina per il gran numero di farmaci e prodotti curativi resisi disponibili in breve tempo (qualcuno ricorda il primo sulfamidico, il Prontosil rosso, che annientava la grave erisipela?).