la_provincia.jpg (2536 byte) Lo zoo umano

Desmon Morris, zoologo di fama mondiale, ha scritto un libro che si intitola “L’animale uomo” e, di questo libro, edito da Mondadori, mi ha interessato molto il capitolo dal titolo “Lo zoo umano”. Morris fa notare come sia stato necessario più di un milione di anni perché i nostri antenati passassero dall’essere scimmie con forme umane, raccoglitrici di frutti, a esseri umani, mangiatori di carne. Nel periodo di quella  trasformazione, le tribù erano piccole, e probabilmente non erano composte da più di 100 membri ciascuna; il campo della tribù era il centro della vita sociale umana e la base a cui facevano ritorno i cacciatori, con le prede. Più tardi, circa 10.000 anni fa, questo modello subì un cambiamento drastico e l’agricoltura prese il posto della caccia. L’uomo incominciò a conservare i cibi, iniziò a produrre quantità di cibo superiori rispetto al fabbisogno, e questo portò all’aumento della popolazione. I villaggi si trasformarono in città, e le città in metropoli. In 100 secoli si è passati dalle capanne di fango ai grattaceli. Nel tempo, le condizioni di vita sono decisamente migliorate, ma ci sono stati dei costi da pagare, e tra questi il sovraffollamento. Si è fatto questo calcolo: ogni membro di una tribù primitiva disponeva di uno spazio 100.000 volte più grande di quello di cui gode il cittadino moderno. La città è oggi, spesso, un teatro di contrasti: accanto ai comfort esistono le tensioni. Scoppiano nuovi tipi di violenza, pazzia, crudeltà, disperazione. Qualcuno ha parlato di “giungla d’asfalto”, ma la giungla non è sovraffollata, mentre molti reati e crimini, nelle città-giungle, sono da attribuire al sovraffollamento. C’è un evidente parallelismo tra il comportamento degli animali che si trovano in gabbie sovraffollate e l’atteggiamento degli abitanti di città in cui si vive entro spazi ristretti. Nella tribù primitiva tutti si conoscevano, non esistevano estranei. Nelle nostre città gli estranei spesso sono migliaia, milioni, per cui si è portati a creare una piccola tribù personale: tutti quelli che sono fuori sono estranei, a volte sono considerati non-persone. Quando migliaia di persone, attorno a noi, sono estranei, si reagisce creando una piccola tribù personale, arrivando a fingere che non esista chi ne è fuori. Lo svenimento, per strada, di una persona, o il suo accasciarsi a terra, provocano reazioni molto diverse, a seconda del fatto che ciò accada in una metropoli o in un paesino. L’impulso tribale a collaborare viene soppresso nell’ambiente urbano, e mano a mano che il numero di estranei aumenta, la volontà di portare soccorso diminuisce. La città umana, è un’aggregazione artificiale, una complicata rete di tribù collegate e sovrapposte: il gruppo tribale di un individuo spesso è racchiuso nell’elenco dei nomi sulla sua agenda, o nel suo computer. Nonostante voci religiose o politiche esortino a considerare gli estranei come fratelli, in realtà, dal punto di vista biologico non siamo programmati per comportarci in questo modo: biologicamente, siamo una specie tribale, e in qualsiasi occasione daremo la preferenza ai membri della nostra stessa tribù: è meglio essere chiari su questo aspetto, piuttosto che attenderci comportamenti improbabili. Le “buone maniere” attenuano questa inclinazione tribale e creano il cosiddetto  “comportamento socialmente accettabile”, che i bambini imparano solo col tempo. Le liti non seguono sempre le stesse regole: tra persone che hanno un legame o che si vogliono bene le discussioni possono essere prive di grosse inibizioni e improntate sulla sincerità, senza che per questo il rapporto ne soffra, mentre nel mondo formale delle buone maniere già un commento grossolano può distruggere un equilibrio sempre precario. E’ chiaro, comunque, che se l’essere umano ha prosperato e si è diffuso in ogni parte del pianeta, significa che è un animale fondamentalmente pacifico, collaborativo e dotato di autocontrollo. Quando l’uomo sviluppò la capacità di uccidere la preda, dovette assicurarsi di non utilizzare questa abilità sui propri simili, e diede vita ad un sistema sofisticato di azioni di sottomissione e di esibizione pacificatrici, cui fare riferimento per spegnere l’aggressività di chi era dominante. L’uomo incominciò ad usare il linguaggio del corpo invece della forza bruta, e iniziò a sostituire l’azione del lanciare un’arma con quella del lanciare uno sguardo tagliente. Nelle lotte personali, lo sguardo prese il posto dell’arma. Come si spiegano allora le violenze e i massacri, anche recentissimi, quotidiani, dell’era moderna ? Si può affermare questo: la legge non proibisce agli  uomini di fare ciò che i loro istinti li portano a fare, ma ciò che il loro ambiente li spinge a fare. Quando una persona viene aggredita, questo accade perché rappresenta una preda, una fonte di guadagno. Tuttavia, negli agglomerati urbani esiste anche una altro tipo di criminalità, che è la violenza per la violenza. In questi casi il criminale svolge attività che vanno dalla semplice umiliazione alla distruzione completa di un individuo, e questo tipo di criminalità non è diretta solo agli estranei, ma è una forma di aggressività deviata che può colpire ovunque. La maggior  parte della violenza umana è di questo tipo, ed è causata spesso dall’enorme pressione che l’ambiente esercita sui membri delle tribù moderne. Solo gli individui più dominanti ne sono al riparo, perché la consapevolezza del loro potere personale li rende soddisfatti del proprio stato sociale.