Psicosomatica e depressione

(dagli studi di PANCHERI e REDA)

La malattia depressiva si presta in modo particolare a fare da modello di studio secondo i criteri di una psicosomatica nuova e attuale e secondo i modelli di studio dello stress. Nella depressione si sono potuti mettere in evidenza cambiamenti caratteristici della funzionalità del sistema ipotalamo-ipofisario, e questi giustificherebbero la presenza, praticamente costante, nella depressione, di sintomi fisici, come insonnia, cefalea, difficoltà digestive, gastroenterite, stanchezza, vomito, nausea. Si può anche individuare un collegamento tra questi sintomi fisici e la psicopatologia depressiva studiando gli avvenimenti significativi nella storia dei depressi e di alcuni elementi caratteristici di personalità. Nei depressi, i livelli plasmatici di cortisolo sono alti, decisamente superiori a quelli di soggetti normali o con altri disturbi psichici, e permangono alti nella giornata, di notte, e nelle prime ore del mattino. Questo spiegherebbe, assieme agli aspetti psicologici legati al sorgere del sole e, quindi, all’inizio di una giornata di responsabilità e sofferenze, la profondità della depressione accusata dai pazienti al mattino, con l’accentuazione dei fenomeni come la nausea, il vomito, l’aumento del battito cardiaco.

 I suicidi, nei depressi, sono molto più frequenti nelle prime ore del mattino. Si osserva una scarsa disponibilità di adrenalina. I disturbi somatici (del corpo) sono praticamente costanti nella depressione, soprattutto nella forma “mascherata”, in cui, per esempio, i problemi gastrointestinali e il male di testa mascherano, appunto, la depressione di fondo, che diventa meno evidente nel suo manifestarsi sotto forma di sentimento malinconico. Non è da dimenticare la depressione mascherata monosintomatica, nella quale, per esempio, la stanchezza e il male di testa possono facilmente provocare errori diagnostici. La persona depressa spesso è passata attraverso l’esperienza della perdita reale di una persona significativa, o è stata segnata da una perdita minacciata o da una perdita simbolica. SCHMALE, nel 1958, in uno studio su pazienti ricoverati in ospedale per disturbi fisici, riscontrò un’incidenza altissima, pari al 98%, di esperienze di perdita e profondi sentimenti depressivi. KRAVS e LILIENFELD, nel 1959, riferirono dati molto interessanti, che ci mostrano un rapporto di mortalità 4 volte superiore per coloro che, prima di ammalarsi, avevano subito la perdita del coniuge.

Tra le malattie che hanno condotto a morte c’è un alto rapporto fra mortalità e patologie vascolari, del Sistema Nervoso Centrale, cardiache e infettive. Altri Autori hanno dimostrato che la malattia compare soprattutto entro il primo anno successivo alla morte del familiare e che la malattia somatica è più legata alla perdita del coniuge che non a quella di un familiare stretto. Ancora: il rischio di mortalità per malattie somatiche è molto più alto in soggetti che hanno perso il coniuge in giovane età. Per quanto concerne il rischio di suicidio, MC MAHON e PUGH (1965) hanno evidenziato un’incidenza di suicidio di 2,5 volte superiore ai controlli nei 6 mesi successivi il lutto, incidenza che si abbassa a 1,5 volte nei 3 anni successivi, e torna ai livelli basali dopo il quinto anno di lutto. PARKES (1969) indica un’incidenza molto alta di morte per infarto in donne che avevano perso il coniuge nei 6 mesi precedenti e un’incidenza del 58% di colite ulcerosa in soggetti che avevano subito una perdita. L’esperienza di perdita di una figura emozionale importante porta dunque ad una risposta depressiva e ad un alto rischio di mortalità, ma lo studio degli avvenimenti significativi che hanno preceduto la malattia e, soprattutto, l’esame della valutazione che viene data dal malato, hanno messo in evidenza un’alta incidenza di avvenimenti valutati come negativi nel periodo immediatamente precedente la malattia, sia in soggetti affetti da forme “nevrotiche” o di tipo ansioso-depressivo che in persone ammalate a causa di talune patologie organiche. Si è notato come nei soggetti che mostrano il più alto livello di depressione c’è un più elevato livello di avvenimenti giudicati negativi.

C’è un parallelo tra depressione e pessimismo ( se si vogliono ridurre i vari concetti ad una sola semplicistica affermazione). Tra le malattie somatiche c’è una rilevanza statistica per quelle considerate come psicosomatiche in modo classico, e cioè infarto ed ulcera gastroduodenale, il che conferma il rapporto tra eventi stressanti e fatti negativi, tra reazione depressiva e gravità della malattia somatica. Uno studio scientifico interessante ha stabilito come vi sia una significativa escrezione di 17 OH CORTICOSTEROIDI in genitori di bambini leucemici: in queste persone la reazione di stress di fronte alla concreta preoccupazione e alla minaccia della perdita si mostra diversa da individuo a individuo, ma costante nel tempo per un medesimo soggetto. Il livello di corticosteroidi si è mostrato tanto più alto quanto meno efficaci erano i meccanismi di gestione e di controllo della reazione emotiva provocata dalla minaccia della perdita. Uno studio più recente ha considerato un gruppo di genitori che avevano subito la morte di un figlio per leucemia.

Questi soggetti, se mostrano un coinvolgimento più attivo nel lutto, con manifestazioni drammatiche di depressione e disperazione nella immediatezza della perdita, presentano valori di escrezione di corticosteroidi (ormoni prodotti dalla corteccia delle ghiandole surrenali) nettamente più alti rispetto a quei genitori che mettono in atto meccanismi di repressione e rimozione dei sentimenti. L’opposto si nota invece a distanza di tempo, rispetto all’immediato periodo seguente al lutto. La depressione (e forse tutte le sindromi psichiatriche) può essere considerata una malattia unitariamente psicosomatica, causata da una matrice comune, che provoca cambiamenti funzionali sia a livello del corpo che del Sistema Nervoso Centrale. Come affermano PANCHERI e REDA, seguendo il livello di stress, possiamo dire che gli eventi stressanti collegati all’esperienza della perdita interferiscono con programmi di reazione psicobiologica geneticamente determinati e fissati nei primissimi mesi e anni di vita in virtù delle relazioni tra il bambino e gli altri, inducendo una condizione di sovraccarico funzionale. Questa condizione di sovraccarico funzionale  può condurre allo scompenso o alla sregolazione dei meccanismi in tempi più o meno brevi e in modo più o meno intenso, in rapporto alla programmazione genetica di base. Nel caso della depressione, la perdita potrebbe agire come stimolo cronico producendo una reazione depressiva prolungata, o come elemento di innesco per una depressione persistente, separata dallo stimolo nei casi in cui un deficit della programmazione genetica costituisca il terreno biologico favorevole.