Suicidio o parasuicidio

Il suicidio rappresenta una delle cause di morte abbastanza frequenti (negli USA è risultata seconda solo agli incidenti stradali, per i giovani tra i 15 e i 29 anni),costituisce un fenomeno al limite del paradossale ed è fonte di interrogativi mai pienamente risolti. Difficile è, infatti, riuscire sia a cogliere le esatte motivazioni dell’atto, sia a distinguere i fattori che possono averlo provocato direttamente. Secondo gli esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i termini “suicidio e tentativo di suicidio (parasuicidio)” vengono usati per indicare un’estesa gamma di atti pregiudizievoli per l’individuo, compiuti nel quadro di un progetto di autodistruzione più o meno spinto e consapevole. Il termine “suicidio” implica l’esito fatale, il termine “tentativo di suicidio” indica  l’atto che non porta al decesso. Tuttavia, non è sempre possibile operare una netta distinzione soltanto in funzione dell’esito (mortale e non), in quanto, spesso, non si può stabilire con certezza se l’intenzione vera sia stata l’autodistruzione oppure se l’atto sia stato, invece, semplicemente dimostrativo e sia giunto all’esito perché finito al di là dell’intenzione di partenza (suicidio preterintenzionale). Altre volte può trattarsi di un suicidio mancato perché compiuto con ignoranza nell’adeguatezza del mezzo, né si può scartare a priori l’ipotesi che un decesso per sospetto suicidio possa essere il risultato di un incidente, o viceversa. L’epidemiologia del suicidio va, dunque, letta con riserva, ed è, molto probabilmente, in difetto rispetto al numero reale. Quello che è certo è che la frequenza dei suicidi aumenta nei mesi estivo-primaverili e diminuisce in inverno.

Le ore del mattino sono senz’altro le preferite per l’esecuzione di atti suicidali. Per quel che riguarda i mezzi, l’impiccagione è di gran lunga la più usata (in Italia il 30% dei suicidi), segue la precipitazione (20%, sempre nel nostro Paese), vengono quindi le armi da fuoco (adoperate in maniera quasi esclusiva dagli uomini), l’annegamento. L’avvelenamento, l’asfissia da gas e l’investimento rappresentano le rimanenti modalità, anche se non mancano mezzi singolari e a volte molto elaborati e complessi. I casi di suicidio al di sotto dei 10 anni sono molto rari, mentre col salire degli anni la percentuale delle morti per suicidio aumenta considerevolmente, specie per i maschi. Una serie definita di fattori demografici sembra correlarsi positivamente con il tasso dei suicidi: l’età (oltre i 45 anni), il celibato, l’essere divorziati o vedovi. Altri parametri che possono influire sono collegati al pensionamento, alla solitudine, a lutti recenti, a malattie fisiche, specie invalidanti. A questi dati di ordine sociologica, occorre aggiungere un fattore che per molti Autori sarebbe addirittura quello determinante: la DIAGNOSI PSICHIATRICA. E’ noto, infatti, che le sindromi depressive, l’alcolismo cronico, la schizofrenia (specie iniziale) rappresentano patologie psichiatriche ad alto rischio suicidale, ma vi sono anche Autori che pensano che l’atto suicida non sia sempre il frutto di una patologia mentale, ma possa determinarsi per altre cause. Così vi sono studiosi che abbracciano l’ipotesi psichiatrica, altri che riconoscono nella disgregazione sociale la causa dei suicidi ed altri ancora che pensano ad un intervento di fattori sia sociali che legati alla storia psicologica dell’individuo.

Questa pluralità di ipotesi non fa altro che confermare la complessità del problema e la necessità di svolgere, a livello del singolo caso, una specie di autopsia psicosociologica. Se si torna ai dati epidemiologici, si nota che esiste una specie di graduatoria nel tasso dei suicidi per i diversi Paesi. Il nostro, fortunatamente, sta a livelli abbastanza bassi (5-6 per centomila) anche se, come si è detto, i dati raccolti dall’ISTAT e dall’Annuario Statistico Sanitario non sono totalmente attendibili. Esistono sostanziali differenze tra regione e regione, mentre al Nord Italia spetta complessivamente il triste primato in questo campo. Sul piano internazionale sono state svolte ricerche allo scopo di verificare la consistenza dell’opinione che considerava alcune categorie professionali a maggior rischio. Alcune di queste indagini si sono occupate della categoria medica giungendo però a risultati contrari alla sopra detta ipotesi per i maschi, mentre le donne medico hanno presentato aumenti fino a quattro volte il tasso rilevato sull’intera popolazione. Un aumento consistente è stato rilevato anche a carico delle donne sposate a medici. Per quel che riguarda gli psichiatri, i dati mostrano un tasso due volte superiore a quello di solito rilevato nella popolazione. Va notato che i medici usano con maggior frequenza i farmaci come mezzo di attuazione dell’atto suicida.

Dal momento che l’intenzionalità di voler morire è, in molti casi, tutt’altro che evidente, e lascia posto a una generica invocazione di aiuto (cry for help), la ricerca epidemiologica risulta, in questo campo, ancor più aleatoria. Si è calcolato che ad ogni suicidio corrispondano circa otto parasuicidi, ma contarli in modo efficace diventa praticamente impossibile. Esiste, infatti, a livello della famiglia e degli amici del soggetto che ha posto in atto un parasuicidio, una specie di congiura del silenzio, al fine di dimenticare al più presto e non pensare, in modo critico, alle motivazioni dell’atto. Quello che si può dire è che il tentato suicidio è molto frequente nell’adolescenza e nel sesso femminile (al contrario del suicidio), che la tendenza è all’aumento, che i farmaci rappresentano (seguiti dalle ferite da taglio) il mezzo usato di preferenza e che i casi di recidive multiple nel volgere di alcuni mesi sono abbastanza frequenti. Le classi sociali di provenienza sembrano indicare una maggiore frequenza dei parasuicidi negli strati sociali più bassi, nelle situazioni di marginalità, di disoccupazione. Anche l’emigrazione paga un notevole contributo in questo campo. Per le adolescenti, tra le motivazioni coscientemente presentate, risultano in primo piano le delusioni affettive, seguite dai litigi con i genitori. Si tratta spesso di tentativi di suicidio del tipo sfida, ricatto. Sul piano psicopatologico, quando è possibile formulare un giudizio diagnostico, si possono distinguere personalità immature, altre di tipo isterico.

Attuare una  PREVENZIONE DEL SUICIDIO non è impresa facile perché essa presuppone la possibilità di un’esatta valutazione dell’individuo a rischio, mediante un collage tra diagnosi, situazione ambientale, familiare. Questo è tanto vero che la maggior parte dei suicidi, al contrario di quel che si potrebbe pensare, è stata vista da un medico generico o addirittura da uno psichiatra non molto tempo prima del passaggio all’atto. In molti Paesi esistono asssociazioni per la prevenzione del suicidio che operano attraverso il cosiddetto telefono amico. Comunque stiano le cose, il medico non deve scoraggiare, bensì puntare ad un’anamnesi sempre più accurata, ad un continuo miglioramento del rapporto con i suoi pazienti, al fine di coglierne esattamente le comunicazioni, anche quelle sul tema della morte, così spesso, inconsciamente, dimenticate.