I vestiti ecologici

Il periodico “LA PELLE” ha pubblicato un articolo relativo ai VESTITI ECOLOGICI e alla DERMATITE ALLERGICA DA CONTATTO (DAC). Ne parlano in maniera diffusa i medici Stefano Francalani, Simonetta Giorgini, Claudio Brusi, e il prof. Achille Sertoli. In ambito extraprofessionale sono quattro i grandi gruppi di prodotti che risultano i più frequentemente responsabili di Dermatite Allergica da Contatto (DAC): calzature, indumenti, cosmetici, accessori metallici dell’abbigliamento (soprattutto bigiotteria e orecchini). A questi, considerati insieme, possono essere ascritti circa l’85% dei casi di DAC, come suggerito anche dai risultati dell’inchiesta epidemiologica condotta dal GIRDCA (Gruppo Italiano Ricerca Dermatiti da Contatto e Ambientali) su oltre 42.000 casi negli anni 1984 – 1993. La DAC da indumenti presenta un notevole polimorfismo clinico: nel soggetto che ne è affetto, possono essere osservabili non solo classici quadri di tipo eczematoso, ma anche lesioni che nel loro insieme simulano la dermatite seborroica, la dermatite atopica e talvolta la psoriasi.

Le sedi interessate sono soprattutto le pieghe cutanee (dove è più stretto il contatto con l’indumento e si aggiunge l’azione favorente del sudore e della frizione) e in particolare il cavo ascellare, nonchè il cavo popliteo. Spesso è interessato il tronco e talvolta il volto, in particolare la regione palpebrale (contatto al momento di togliere le maglie?). La DAC da indumenti è in crescita soprattutto in paesi come l’Italia e il Portogallo, ma segnalazioni  provengono anche da altri Paesi Europei e dagli Stati Uniti. In Italia in particolare essa rappresenta circa il 10% delle DAC extraprofessionali e mostra un significativo trend di crescita. I principali responsabili della DAC da indumenti risultano in assoluto i coloranti sintetici della categoria dei coloranti cosiddetti dispersi (il nome deriva dalla modalità di tintura della fibra, per dispersione). Questi, dopo la scoperta a opera di Perkin nel 1856 del primo colorante sintetico, hanno avuto una applicazione sempre crescente, consentendo all’industria tessile di fornire fibre e quindi tessuti dotati di una gamma di tonalità di colori estremamente vasta, di ottime qualità tintoriali (per inalterabilità ai lavaggi), di basso prezzo e disponibilità praticamente illimitata. Questi però rappresentano la più frequente causa di DAC da indumenti in Italia. Altri più rari responsabili di DAC da indumenti sono le resine apprettanti derivate dalla formalina, e assai più raramente il cromo. Le ricerche in questo settore si sono quindi indirizzate allo studio di coloranti alternativi. In soggetti sensibilizzati a coloranti dispersi e affetti da DAC da indumenti (in numero variabile da 17 a 37 pazienti) sono stati eseguiti patch test con i coloranti naturali tinti con alcuni di questi coloranti.

I patch – test hanno dato esito negativo in tutti i soggetti, fornendo la prima conferma dal punto di vista clinico della non reattività crociata fra i coloranti naturali e quelli sintetici. Gli svantaggi della tintura con coloranti naturali sono rappresentati dal costo ( al momento) superiore del filato e quindi dell'indumento, una più difficile riproducibilità del  colore finale (ogni bagno dà una tonalità unica), una minore inalterabilità alla luce, allo sfregamento e al lavaggio. I vantaggi attendibili sono la riduzione dell’inquinamento ambientale, una diminuzione dei rischi negli addetti alla produzione, la possibilità di impiego dei capi da parte di soggetti sensibilizzati ai coloranti sintetici, la guarigione senza recidive della DAC. Gli autori dell’articolo hanno cercato di allargare la loro esperienza in tema di indumenti alternativi per la prevenzione della DAC e hanno raccolto utili informazioni su produttori di manufatti "ecologici"” Queste sono state agevolate dalla tendenza che si è manifestata, da pochi anni, con l’attenzione all’ecologia nell’abbigliamento, sentita soprattutto nei Paesi del Nord Europa, ma anche in Italia dove trova riscontro in varie manifestazioni come Ecomoda, patrocinata dalla Lega Ambiente. Questi indumenti possono essere rappresentati da capi tinti con colori naturali o prodotti con cotone che nasce naturalmente colorato (e che quindi non necessita di ulteriori processi tintori). L’uso di filati in cashmere, pura lana e alpaca permette la produzione di manufatti non colorati, mentre indumenti per il tempo libero (camicie, felpe) sono ottenuti con una nuova fibra di cotone appositamente selezionato negli Stati Uniti, coltivato senza l’uso di sostanze chimiche fertilizzanti. Il cotone trattato con ocra e olio di lino è alla base della linea di jeans che trae ispirazione dalle vecchie vele di cotone dei trabaccoli di Chioggia.

Sono disponibili sul mercato collezioni di biancheria intima e calze per uomo prodotte con tessuto di cotone non tinto né trattato chimicamente alle quali non sono aggiunte fibre sintetiche. Sempre in spugna di cotone non colorato e non candeggiato sono prodotti asciugamani e accappatoi, mentre puro lino e cotone non colorati sono impiegati per le lenzuola in morbido colore grigio. A conclusione di questa breve panoramica si possono fare tre pratiche considerazioni: il dermatologo (e in particolare il dermato–allergologo) deve essere consapevole e trasmettere convincentemente questo messaggio al paziente: che la DAC extraprofessionale può oggi essere guarita in buona parte dei casi senza terapia, con l’uso di prodotti alternativi, selezionati sulla base della corretta esecuzione dell’esame allergologico e delle aggiornate conoscenze tecno–mercelogiche; tra i dermato-allergologi e tra questi e l’industria si rende necessaria una sempre maggiore collaborazione al fine di diffondere una continua e aggiornata informazione e ottenere la disponibilità sul mercato di prodotti alternativi sempre più validi per i pazienti affetti da DAC extraprofessionale; l’allestimento di una guida, la più completa possibile, continuamente aggiornata, di fornitori e rivenditori di prodotti alternativi inerenti i settori più frequentemente responsabili di DAC, potrebbe rappresentare il primo passo nell’attuazione di una razionale prevenzione della stessa.