la_provincia.jpg (2536 byte) Origini e basi dell'agopuntura

Le origini dell’agopuntura sono spesso riferite solo alla Cina ed alla sua civiltà. Eppure forme primitive di agopuntura sono esistite e persistono in altre aree geografiche. Se ne trovano tracce non piccole, per esempio, tra le popolazioni del bacino del Mediterraneo, in Africa, tra gli esquimesi. Questi ultimi hanno usato, a lungo, punteruoli aguzzi d’osso tornito. Tra gli abitanti dell’Africa centrale e nella foresta amazzonica gli stregoni infiggevano, e talora infiggono ancora, nelle parti dolenti del malato, spine opportunamente scelte. Nella medicina dell’antico Egitto, in quella mesopotamica, nell’Ellade protostorica e tra gli italici, la scelta dei punti, su cui praticare piccole incisioni per salassi, testimonia come lo stimolo principale, esercitato sulla funzione alterata, era assicurato, più che dalla fuoriuscita di sangue, dalla localizzazione stessa della piccola ferita. Pratiche antichissime sono giunte sino a noi, ancora largamente diffuse in Italia nella prima metà di questo secolo e non del tutto scomparse, quali l’uso di sanguisughe o della coppettazione (si applica sull’epidermide una coppetta, da cui sia stata aspirata l’aria, ottenendo un intenso effetto di suzione). Esse devono il loro effetto specificatamente alla zona di epidermide su cui sono applicate.  I migliori risultati si  hanno quando le zone prescelte tradizionalmente corrispondono ad alcuni punti importanti usati in agopuntura. Almeno alcune condizioni hanno assicurato alla civiltà cinese l’opportunità di raggiungere i primi risultati, su cui si è venuto sviluppando poi, nel corso dei millenni, il corpo pratico e teorico dell’agopuntura. La prima condizione è stata, certamente, una concezione della natura e del suo rapporto con l’uomo, in cui prevalevano elementi dialettici, una visione del divenire incessante, di una stretta ed intercambiabile unità fra vita fisica e spirituale, tra forze del cielo e della terra, tra femminile e maschile, tra  l’individuo e l’universo,  in perenne corrispondenza e trasformazione. Il rifiuto di un ordine gerarchico e moralistico definito si applica, nella più arcaica tradizione cinese, ad ogni aspetto dell’essere, poiché la natura di ciascun elemento dell’insieme non è mai vista come negativa o positiva in sé, superiore od inferiore in assoluto, ma relativa alla posizione occupata, al suo influsso sulla polarità opposta, nella quale può tramutarsi, in determinate condizioni, cambiando di posizione. La definizione di questa polarizzazione esterna e del suo relativismo assoluto sta nel binomio inscindibile Yin-Yang. Tale è l’essenza del Tao. Questa concezione generale ha dato ai cinesi primitivi uno strumento di interpretazione della realtà che li ha ancorati alla ricerca di soluzioni pratiche, concrete, per i loro bisogni materiali e spirituali su questa terra, trascurando speranze e timori per una  ipotetica vita ultraterrena, che pure non sono mancati. Una seconda condizione specifica ha permesso in Cina una crescita impetuosa dell’agopuntura, facendola passare da pratica occasionale a sistema terapeutico organizzato, nell’ambito di una concezione generale  della malattia. Essa fu determinata dallo sviluppo precoce della metallurgia, rispetto ad altre aree geografiche. Anche se l’uso del bronzo, del rame, dell’oro e dell’argento, con cui si fecero aghi, risulta pressappoco contemporaneo di altre civiltà, in Cina si è cominciato, molto prima che altrove, a produrre l’acciaio. Intorno al 500 a.C., i cinesi entrarono nell’età del ferro, molti secoli dopo gli ittiti, ma impararono a fonderlo, molto prima degli altri, ottenendo ghisa e ferro al crogiolo e successivamente l’acciaio, sottraendo il carbonio dalla ghisa. Sulla base dei testi storici arcaici e delle parti più antiche, che entrano nella composizione del primo libro organico sull’agopuntura, Huang Ti Nei Ching, Su Wen, del 200 a.C., si può dedurre che almeno dal terzo o quarto secolo a.C. si praticava l’agopuntura in larga misura con aghi di acciaio. L’uso di aghi d’osso o di corno, accuratamente torniti, di schegge di pietra, in particolare di giada e forse di mica e di asbesto, non escludono l’impiego precedente di aghi di bambù, sia per incidere ascessi che per fare l’agopuntura, come risulta  da un’analisi dei caratteri antichi (la rappresentazione di ago associata al  radicale bambù) citati in alcune opere.