Il bambino, l'adulto, l'anziano

I nonni camminano pacifici lungo le strade delle nostre città: c’è chi va al bar, chi fa la spesa, chi spinge una carrozzella, chi è andato a comprare il giornale. Le città sono tranquille, la nostra valle resta un territorio dove si vive bene. Certo, non mancano i problemi, ma basta guardarsi attorno e ci si riempiono gli occhi di verde, le montagne sono coperte da migliaia di alberi, e sopra il verde c’è l’azzurro, spesso, comunque. Gli adulti lavorano, i giovani sono a scuola. Ecco uno spaccato di vita normale, anzi, ideale. Io penso realmente che scattare, in una giornata qualsiasi, una fotografia a Sondrio, o a Bormio, o a Morbegno, Tirano, Castione, significhi ottenere l’immagine di un luogo in cui la gente vive bene. Ritengo anche che, prescindendo dalle statistiche nazionali, si possa dire che la qualità della vita in Valtellina, se rapportata ad una media che consideri tutti i popoli del mondo, si pone ad un livello altissimo, e ovviamente questa valutazione non considera solo l’aspetto economico. Nonostante ciò, si vive generalmente preoccupati, la preoccupazione “per il futuro dei figli, per la droga,  per la delinquenza, per gli extracomunitari che arrivano e non si sa sempre bene di cosa vivano, per le malattie, per i soldi, e se questo non basta, per la politica o il calcio” è parte di noi. Qualcuno ha scritto “l’uomo è nato per soffrire, e ci riesce benissimo”. Sono d’accordo. Continuiamo a rimandare il momento in cui decideremo di vivere bene. Spesso non decidiamo noi: il pensionamento è quella linea che separa ( nella nostra immaginazione) le angosce e le fatiche dal “meritato riposo”. Ma una persona che vada in pensione, mediamente, quanti anni di vita ha davanti? Non tantissimi. Dopo i 65 anni, si può parlare di una media di 10 anni. E questi 10-12 anni come vengono vissuti? La medicina e le migliorate condizioni socio - economiche stanno portando questo periodo di tempo ad essere più lungo, di 15 e più anni, ma i sogni continuamente rimandati difficilmente possono trovare un terreno per crescere in questa fase della vita, spesso impoverita, in termini qualitativi, da farmaci, o da alcool, solitudine, malattie invalidanti. L’uomo non riesce a vivere il presente. Pensando di continuo al futuro sottoscrive assicurazioni, accumula denaro, lavora, vedendo (o non vedendo) fuggire ciò che non torna.

Eppure, un quattordicenne che vive, spesso malissimo, la propria “crisi adolescenziale” (l’adolescenza è un periodo sicuramente di crisi) dovrebbe essere seguito da vicino, e trarrebbe grande vantaggio dal dialogo e dal confronto con i genitori e i nonni. Il motorino, comperato come premio per la promozione, intanto non dovrebbe essere un premio, perché essere promossi è normale e direi doveroso, e poi non sostituisce la mancanza di dialogo. E’ vero che oggi, in una fase della nostra storia in cui, per esempio, l’età del primo rapporto sessuale si è abbassata a 16 anni (traggo questo dato facendo una media che considera le statistiche di vari Paesi mondiali) il dialogo su questo argomento tra un nipote quindicenne e un nonno settantenne può non essere facile, ma l’affetto apre sempre strade che è utile percorrere. Gli adulti, noi adulti, non siamo, spesso, un buon esempio. Intanto, crediamo che vivere in modo scorretto e trasmettere messaggi retoricamente corretti serva a qualcosa, mentre poi in definitiva ciò che i figli considerano è l’esempio.

Poi, presi da nuove forme maniaco - ossessive di ricerca del successo, alla fine viviamo come poveracci, ingollando un “panino veloce” a mezzogiorno, per correre subito dietro all’accumulo di denaro e di gratificazioni. Tutto ciò genera in noi una serie di frustrazioni, e quindi un bel carico di aggressività, che ci fa diventare cinici e sadici. Che bello il nostro neorealismo cinematografico, il nostro neorealismo in bianco e nero, quando diceva “i bambini ci guardano”. Ma pensare al passato come ad un’epoca migliore è sbagliato. Quarant’anni fa si lottava per comperare la FIAT 500, oggi per le vacanze alle Maldive, ma i giovani vedono sempre dei genitori in corsa, o che di motivi per vivere male o stare fuori casa il più possibile ne trovano sempre. Quanti papà si attardano sul luogo di lavoro o al bar per arrivare a casa il più tardi possibile e non assumere le proprie responsabilità? Quanti si adirano nei confronti dei propri figli a causa di una verifica scolastica male giudicata dagli insegnanti, e poi non leggono un libro, né si preoccupano di parlare in modo almeno decente la nostra lingua? In base ad una recente indagine, tra i ragazzi di leva, 1 su 4 è quasi analfabeta. Venti giovani su 100 hanno cominciato a dedicarsi al lavoro prima che finissero la scuola dell’obbligo. Questo significa: disinteresse, anche della famiglia, o necessità impellente di guadagnare. Ma se un’autocritica la deve fare chi ha abbandonato la scuola (magari per finire poi a comprarsi la bella moto o la macchina) e chi ha lasciato che venisse abbandonata, un’autocritica deve essere fatta anche da coloro che nella scuola lavorano, perché la scuola in sostanza è ancora un luogo dove si forniscono nozioni spesso totalmente inutili e dove si è valutati in base a come queste nozioni vengono ripetute.

Che rapporto c’è tra la scuola e la vita vera? Quanti talenti vengono sciupati, nemmeno compresi? Io ho 44 anni, studio da quando ne avevo 6, e ancora adesso, nel mondo universitario, come nella scuola materna, e a tutti i livelli e ordini di  insegnamento, incontro spesso persone che non trasmettono amore per il conoscere, sono lì solo per leggere due pagine o mostrare svogliatamente una serie di “lucidi”, i cui contenuti poi dovranno essere pedissequamente ripetuti agli esami. Poveretti: anche a loro è stato detto, con l’intenzione di formulare un rimprovero o infliggere una punizione, “vai in camera tua a studiare”, o, anche a loro, qualche insegnante ha detto “nel corso della prossima estate dovrete leggere 5 libri”. “Dovrete”? Ma la lettura è un piacere. La nostra lingua, il famoso “italiano”, si impoverisce. Chi si preoccupa di usare “gli” se si riferisce ad un maschio, e “le” se fa riferimento ad una femmina? Dialoga l’inglese, si attribuisce l’italiano. Un nonno che legge un libro al suo nipotino è sempre un’immagine meravigliosa, ma, purtroppo, il nemico è molto forte, è rappresentato dai quintali di scemenze televisive, dai videogiochi, e dalla nostra pigrizia.