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Mensile Alpes L'apnea: considerazioni mediche e sportive
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Ho avuto l'opportunità di trascorrere alcuni giorni con l'equipe che segue Umberto Pelizzari, campione mondiale di apnea, ed ho potuto seguire da vicino le fasi della sua preparazione e degli allenamenti, rendendomi conto di come sia estremamente interessante, dal punto di vista medico e sportivo, il mondo dei professionisti dell'apnea. All'estremo nord della Sardegna, a Santa Teresa di Gallura, il gruppo segue un programma molto impegnativo, in vista dei campionati mondiali di ottobre ad Ibiza che vedranno impegnate 40 nazioni, tra le quali sono favorite la Francia e l'Italia.
Pelizzari è un giovane di Busto Arsizio e pratica l'apnea da circa 12 anni. Il suo record mondiale, stabilito nella disciplina dell'apnea "no- limits", è di 150 metri sotto il livello del mare, ed è senz'altro considerevole, se si pensa che il suo maestro Jacques Maiol aveva raggiunto i 105 metri. L'italiano Enzo Maiorca e Maiol sono stati gli apneisti più conosciuti dai non addetti ai lavori, negli ultimi decenni: mentre il primo puntava molto sull'allenamento fisico, il secondo prestava grande attenzione all'aspetto psicologico, alle tecniche di rilassamento. Umberto oggi nei suoi allenamenti fonde i due tipi di approccio. Pur essendo in grado di restare sott'acqua 7 minuti e 48 secondi, per stabilire il record di 150 metri utilizza "solo" un periodo di tempo di poco inferiore a i 3 minuti. Si impone in questa disciplina un monitoraggio medico continuo e un collegamento costante con l'elettrocardiogramma. Si può pensare di arrivare in futuro a 200 metri di profondità, i livelli attuali, seppur eccezionali, sono superabili, ma ci saranno problemi non tanto per chi è in apnea, quanto per chi si occupa dell'assistenza, poiché portare sommozzatori con camere iperbariche oltre gli attuali 150 metri di profondità è quasi impossibile. Del resto, ogni 10 metri c'è un sommozzatore che controlla discesa e salita, e il tutto è possibile grazie all'intervento di una nave della Marina Militare.
Nelle immersioni professionali, come dicevo, ogni 10 metri c'è un assistente. L'assistente è dotato di un pallone e, se c'è un'emergenza, colui che si sta immergendo viene attaccato al pallone e praticamente sparato verso l'alto: il pallone è vuoto e in caso di necessità viene riempito. Non viene fornita aria, in caso di incidente, perché se è dato un litro di aria e il subacqueo sviene e tiene la bocca chiusa, il litro di aria si moltiplica per 10 e provoca gravissime lesioni polmonari.
Ogni settimana viene fatto un
rigoroso allenamento con le attrezzature di emergenza, e comunque l'allenamento
a terra, in palestra o in acqua è quotidiano. Una persona può accusare dolore
a livello dell'orecchio già ad una profondità di 4-5 metri e nell'immersione
si verifica il fenomeno della bradicardia (osservata anche nei delfini, nelle
foche, nelle balene e nei mammiferi che raggiungono grandi profondità marine):
si tratta di un automatismo che abbassa il battito cardiaco fino ad 8 battiti al
minuto. Il polmone si rimpicciolisce anche di 16 volte e la gabbi a toracica si
riempie di sangue, anziché di aria, per opporsi alla pressione. Nella discesa
c'è una zavorra che spinge verso il basso mentre nella salita c'è un pallone
che riporta verso l'alto; nella discesa la spinta sul timpano arriva a 16
chilogrammi, per cui è importantissima la compensazione, che permette di
applicare una forza che spinge il timpano verso l'esterno, evitando danni
gravissimi e anche la perforazione dello stesso. La maggior parte delle persone
realizza la compensazione chiudendo il naso, schiacciando le narici ,e
provocando una spinta all'interno del cavo orale verso l'organo dell'udito;
Pelizzari ottiene la compensazione tenendo la lingua sul palato.
Nel tempo di 2 minuti e 59 secondi vengono percorsi 300 metri a grande velocità e, se la tecnica di compensazione non fosse più che efficace, i danni sarebbero devastanti. Quando si scende si fa la compensazione, quando si sale la decompressione. L'aria sulla quale può contare un apneista professionista non è quella della persona normale: si va dai 4-5 litri ai 7,9. Scendendo in apnea si può risalire subito, mentre chi scende con le bombole ha un accumulo di azoto che deve smaltire, quindi chi scende per fare assistenza con le bombole, fino a 150 metri, poi deve affrontare 5-6 ore di decompressione. In questa disciplina i rischi sono rappresentati dalla intossicazione da ossido di carbonio, dalle lesioni oculari e dalla sordità. Pelizzari non usa maschere , ma lenti a contatto di 2 centimetri e mezzo, che evitano di continuare a compensare continuando a soffiare dentro la maschera stessa. In effetti, potendo compensare con il semplice atto di portare la lingua sul palato e soffiare aria verso i timpani, si può contare su una tecnica semplice ed efficace, che tra l'altro permette di mantenere le mani libere. La muta utilizzata è in neoprene. Una volta realizzata la performance, i parametri fisiologici vengono recuperati in circa 45-60 secondi, con una respirazione graduale e continua.
E' utile possedere una
muscolatura longilinea e non avere paura dell'acqua. Il primo concetto si
spiega in questo modo: una muscolatura ipertrofica consuma molto ossigeno, e
questo è ovviamente un fattore negativo. Il secondo concetto sembra scontato.
In realtà non lo è, perché la paura dell'acqua, quando si scende negli abissi
bui e silenziosi, è un pericolo reale, in agguato, e viene scatenato dal
percepire il rischio di una condizione che farebbe di un attacco di panico una
vera tragedia. A 150 metri sottacqua si vivono sensazioni molto particolari e
forti: non c'è luce, c'è silenzio, non agisce la forza di gravità.
Gli animali non attaccano l'uomo, ad eccezione dello squalo bianco. Gli squali di diverso tipo sono anzi piuttosto timidi, e al limite attaccano solo se c'è sangue dovuto a ferite o a pesci che il subacqueo abbia attaccato alla propria cintura. Le ingentissime spese sono coperte dai numerosi sponsors e dagli introiti che derivano dalla vendita a varie reti televisive di documentari relativi alle immersioni. Pelizzari ha girato recentemente una serie di documentari per la Walt Disney sul recupero di alcuni delfini che sono passati dalla cattività alla libertà