Vivere più a lungo: non solo vantaggi

E’, secondo me, utile citare ancora il libro “Miserie e grandezze della Medicina”, dei colleghi Rosario Brancato e Maurizio Pandolfi, perché tra le tante pubblicazioni più o meno divulgative o tecniche, riguardanti argomenti medici, questo testo ha il pregio di fare valutazioni semplici, ma oggettive, ed è piuttosto piacevole e completo, con i limiti che si hanno quando in 240 pagine circa s’intende considerare il percorso della Medicina, in particolare negli ultimi 150 anni. La lettura desta un interesse grande quando tratta il tema della vecchiaia, dell’allungamento della vita, perché stimola a pensare in modo diverso dal solito. Tutti noi, quando pensiamo all’età avanzata, c’esprimiamo attraverso concetti che, benché diversi tra loro, riconducano quasi sempre alla conclusione che è: “desidero vivere a lungo, a condizione di essere autosufficiente, non pesare sugli altri, non perdere la lucidità, non perdere la dignità.

Più o meno il pensiero è questo. Il concetto di “dignità” trova un suo senso e una sua ragione di essere espresso in questo contesto perché il diventare dipendenti degli altri, l’essere accuditi e curati, assistiti anche nei bisogni più intimi, è considerato appunto una perdita della dignità. Il libro che cito offre una visione particolare, forse non comune, della questione “allungamento della vita”, e non è casuale che un paragrafo s’intitoli “Sorpresa sorpresa: vivere troppo ha un sacco di inconvenienti” ci si pone la domanda: è così bello restare giovani per sempre? Là dove si desideri o si tema qualcosa con intensità è utile misurarla, e questa misurazione può portare a rendersi conto del fatto che il tale oggetto del desiderio non è così brutto, o così bello, come si crede. L’eterna giovinezza sembra, secondo gli Autori, attenersi a questa regola. La manipolazione dei geni apre porte che conducono verso un futuro impensabile un tempo, ma una visione oggettiva della questione smorza gli entusiasmi. Là dove la società fosse costituita da una larga fetta di longevi ultraottantenni o ultracentenari nascerebbero grossi problemi economici, dovuti al fatto che non si libererebbero molti posti di lavoro, in quanto si andrebbe in pensione molto più tardi.

La famiglia, e in particolare il rapporto tra marito e moglie, non sopporterebbe l’usura dei decenni e, col tempo, s’instaurerebbero unioni piuttosto strane tra ventenni e persone che dimostrano uguale età, ma che, in realtà sono centenari. Il lavoro stancherebbe in modo mortale, perché per 30 anni si può lavorare in una fabbrica o dentro un ufficio, ma non per 70 o 80. La facoltà di memorizzare si esaurirebbe, perché l’accumulo di esperienze riempirebbe il nostro cervello, in termini di capacità di ritenzione. “Tutti questi inconvenienti” proseguono gli Autori “impallidiscono però di fronte alla noia esistenziale che una vita senza compimento finirebbero con l’inspirare”. “Il ripetersi infinito delle stesse esperienze edificherebbe in noi un senso di nausea totale, molto peggiore della noia di Baudelaire.

Finiremmo con l’ucciderci ed è infinitamente più tragico andarsene disgustati che non come moriamo adesso, con la mente ancora rivolta alle fuggevoli dolcezze della vita”. È consigliabile allungare la vita evitando le malattie mortali anziché cercare il filtro della giovinezza, anche se, in base a calcoli fatti per gli Stati Uniti, eliminando tutti i tumori si aumenterebbe la speranza media di vita solo di un po’ più di tre anni, e lo stesso non significativo risultato si otterrebbe eliminando le malattie cardiovascolari (sembra strano che l’annullamento eventuale di due tra le più importanti cause di morte allunghi di così poco la vita, ma i calcoli matematici portano a questa conclusione). In ogni caso, ad un ottantenne 6 o7 anni di vita in più interessano sicuramente. La volontà di avere una condotta di vita e abitudini salutari resta comunque un’arma che generalmente aumenta quantità e qualità dell’esistenza.